5 segni che non mi sono ripresa dalla mia permanenza in Giappone

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Vivere in Giappone, che lo si voglia o no, è un’esperienza che cambia la vita. Durante i miei due anni a Kyoto ho imparato molto e ho guadagnato ricordi, amicizie, tanto amore per un paese complicato e un po’ di consapevolezza in più.

Tra i bagagli che involontariamente mi sono portata dietro ci sono alcune abitudini dure a morire, che nel mio quotidiano mi ricordano la mia vita nel Sol Levante. Tra una cena al curry rice カレーライス e un maccha 抹茶 davanti al computer ho fatto mente locale delle mie consuetudini nipponiche.

Il treno è in ritardo, non avrò mica sbagliato stazione?

I treni giapponesi sono proverbialmente puntualissimi. Quando andavo al lavoro sapevo che con il treno delle 13:38 sarei stata in perfetto orario. Ogni giorno il treno partiva esattamente alle 13:38 e io non sono mai arrivata in ritardo.

A Londra le cose funzionano meglio che in Italia, per fortuna. Il passaggio diretto dal Giappone al Bel Paese sarebbe stato uno shock non da poco! Di recente, però, i sindacati di Southern Railways, rete che collega il centro all’aeroporto di Gatwick, hanno scioperato senza sosta contro l’imposizione degli straordinari ai conduttori. Se non avessi sentito di sfuggita la conversazione tra due colleghi la mia fede nipponica nel trasporto pubblico mi avrebbe fatto perdere l’aereo.

Dopo essere stata viziata dalla qualità del servizio in Giappone sono rimasta un po’ ingenua e ottimista riguardo ai mezzi di trasporto, tanto che a volte se l’autobus tarda penso che forse ho sbagliato fermata…

5 segni che non mi sono ripresa dalla mia permanenza in Giappone

Un treno a tema anime, prefettura di Shiga

Dita a V nelle foto

Di sicuro vi sarà capitato di vedere una foto in cui giovani giapponesi posano mostrando due dita a V (V-サイン V-sain o ピースサイン pīsu sain, segno della pace). Questa abitudine, che noi consideriamo radicata nella cultura popolare dell’Asia orientale, ha in realtà origine intorno agli anni Sessanta e si è espansa a macchia d’olio solo negli anni Ottanta, con la produzione di massa delle macchine fotografiche. Si ritiene che la diffusione del gesto della pace, introdotto inizialmente dagli americani dopo la Seconda guerra mondiale, sia da attribuire in parte alla pattinatrice Janet Lynn, ma principalmente al cantante Jun Inoue, che all’epoca pubblicizzava le macchine fotografiche Konica.

I giapponesi stessi non sanno dire il perché di questo gesto: è kawaii, toglie dall’imbarazzo di non sapere come posare ed è così diffuso da essere contagioso. Anche io, che all’inizio ero perplessa, mi sono a poco a poco lasciata andare. Ancora oggi, ogni volta che qualcuno ha la macchina fotografica puntata, tac! la mano si alza di sua spontanea volontà ed eccomi, dita a V e sorriso a 32 denti.

Di recente è stata diffusa la notizia secondo cui mostrare le dita nelle foto metterebbe a rischio furto di identità – poi da alcuni smentita. Sarà forse l’occasione buona per farmi smettere di posare “alla giapponese” e rendere perplessi i miei amici ogni volta che ci facciamo una foto?

 Ti interrompo perché ti sto ascoltando: aizuchi

Durante una conversazione in giapponese è importante mostrare che si sta seguendo il discorso punteggiandolo di mmm, ah!, eh?, そうですね so desu ne, perché il vostro interlocutore sia certo che lo state ascoltando. Queste interiezioni sono dette aizuchi 相槌 e, pur suonando strane per noi, sono fondamentali per avere una comunicazione naturale con una persona giapponese.

Tra le più comuni troviamo:

  • はい hai – ええ ee – うん un: sì, con diversi gradi di cortesia
  • そうですね sou desu ne: Capisco
  • そうですか sou desu ka?: Ah sì?
  • へええ hee – Cooosa?!
  • 本当 hontou? – 本当に hontou ni? – マジ maji? – ほんま honma? (dialetto del Kansai): davvero? Sul serio?
  • なるほど naruhodo: capisco, d’accordo
  • annuire
  • fare una domanda ripetendo parte di ciò che il nostro interlocutore ha appena detto

Durante i miei due anni in Giappone sono diventata abbastanza brava nell’arte di “ascoltare ad alta voce“, e al ritorno ho portato con me questa abilità non proprio ricercata in questi lidi. Ovviamente ho abbandonato le espressioni prettamente giapponesi, ma continuo a punteggiare le mie conversazioni di “mmm. Ah! Eh?”, e ad annuire senza sosta.

È quasi primavera, eh?

Le stagioni, in Giappone, sono una cosa seria. Non solo secondo il calendario tradizionale ne hanno 72, ma pensano di essere gli unici ad averle. Non è raro sentirsi chiedere “Ma anche voi avete le quattro stagioni?”, e da italiana ho sempre dato per scontato che sì, certo che ce le abbiamo. Dopo qualche tempo passato in Giappone ho iniziato a capire che la loro sensibilità ai piccoli cambiamenti della natura giustifica in parte la domanda. C’è la stagione in cui fiorisce il primo pesco e quella in cui tornano le rondini, la stagione in cui cantano le cicale e quella della prima gelata. È un modo di vedere le cose molto poetico, parte della ragione per cui amo follemente il Genji monogatari e per cui un certo Giappone tradizionale tocca le corde della mia sensibilità.

Cercare segni delle quattro stagioni a Londra, devo ammetterlo, a volte è un’impresa non da poco. Qui non ci sono gli estremi di Italia e Giappone, in inverno non si gela e in estate fa proprio caldo solo per pochi giorni all’anno. Eppure appena i primi boccioli fanno capolino sui rami degli alberi è più forte di me, devo iniziare a scattare foto e rinfoltire la mia già massiccia collezione di immagini di fiori dal dubbio valore artistico. Salary men サラリーマン ubriachi a parte, i giorni dello hanami 花見 a Kyoto resteranno sempre uno dei miei ricordi più belli.

5 segni che non mi sono ripresa dalla mia permanenza in Giappone

Ciliegio in Russel Square

Gli inchini

L’inchino in Giappone (お辞儀 ojigi) è parte fondamentale dell’etichetta. Si usa per salutare, per presentarsi, per chiedere scusa, per ringraziare, per mostrare rispetto. A seconda della situazione l’inclinazione della schiena varia: a volte basta appena un cenno della testa, altre ci si piega fino a 45° davanti a un cliente, o addirittura a 90° per chiedere scusa dopo averla fatta grossa. Questa abitudine è così diffusa che non è raro per i giapponesi inchinarsi persino quando sono al telefono.

Quando si incontra qualcuno per la prima volta non si usa darsi la mano, anche se in ambito lavorativo capita che i giapponesi la tendano a un interlocutore occidentale – sempre accennando un inchino con la testa.

Timida come sono, e poco propensa al contatto fisico, ho volentieri adottato l’inchino mentre vivevo in Giappone. Se incontravo un vicino sul pianerottolo di casa piegavo un attimo il collo, evitando il rischio di sentirmi scema con un こんにちは konnichiwa distratto alle 10 di sera. E se mi veniva presentato qualcuno nessuna ansia da “avrò le mani sudate?”, salvata da un inchino. Comodo, no?

A volte un inchino vale più di mille parole, ma non in Inghilterra purtroppo. Da quando mi sono trasferita a Londra non si contano le volte in cui ho desiderato sprofondare dopo aver piegato la testa di riflesso davanti a un manager o a un collega. Tornando alla scrivania con la coda tra le gambe e passo affrettato, sperando che la gaffe fosse passata inosservata, non potevo fare a meno di pensare che una piccola parte di Giappone è ancora dentro di me.

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6 Comments

  1. 20th February 2017 / 2:13 pm

    Ahhh, fantastico questo articolo Elena (e grazie per la citazione :D)! Anche io meditavo di scrivere un post simile, poi puntualmente me ne dimentico! Comunque che dire, posso capirti in pieno.
    Sulla puntualità dei mezzi, subendo lo shock da rientro a Roma ogni volta ormai mi sono rassegnata, anche se a volte mi capita di affidarmi troppo ai minuti di attesa che riportano le app degli autobus (ah, che errore! Dimentico che non siamo in Giappone!).
    Il gesto “V” credo che ormai non me lo toglierà più nessuno, e la cosa peggiore è che ho contagiato anche gli amici che non sono mai stati in Giappone, quindi ormai tutti a fare la foto con le due dita a V!! XD
    Gli aizuchi è un altro viziaccio che non mi tolgo, a volte mi scappano addirittura le esclamazioni giapponesi, stessa cosa gli inchini: non molto tempo fa mi sono scoperta con orrore a fare l’inchino al telefono!! Certo, il fatto di lavorare in un contesto giapponese in Italia da questo punto di vista mi manda in una sorta di tilt culturale, soprattutto a volte influenza anche il modo di parlare in italiano, per cui una cosa non riesco più a dirla in maniera diretta, ma faccio una serie di circonvoluzioni (esiste, giusto?) non da poco!
    L’attenzione alle stagioni è una cosa che amo molto però, e forse è il retaggio di cui sono più felice. Prima non facevo mai caso alle fioriture, al cambiamento del tempo e dei colori stagionali, invece ora è una di quelle piccole cose che mi accompagnano ogni giorno e che alla fine sono in grado di migliorarti la giornata (stamattina, ad esempio, prima di andare a lavoro mi sono concessa una passeggiata al parco, nel tentativo di cogliere i primi segni della primavera che si avvicina!).
    Un abbraccio cara.

    • Elena
      22nd February 2017 / 3:21 pm

      E come non citare i sumimasen quando urtavo qualcuno per strada subito dopo essere tornata! 🙂
      Immagino che per te, lavorando in una sorta di bolla giapponese in Italia, sia uno sforzo continuo cercare di non far confusione. Passare da una parte all’altra ogni giorno vuol dire resettare la mente tutte le volte, e purtroppo non abbiamo un interruttore culturale integrato!
      Un abbraccio a te!

  2. 22nd February 2017 / 8:37 am

    Io e la Pelosa Metà non siamo stati tanto in Giappone e lui ha studiato la lingua solo un anno e io solo quattro, ma ancora lui si inchina e io quando parlo inglese, per motivi ignoti dico “hai” al posto di “yes”.
    Perlomeno anch’io mi sono portata a casa il gusto per le stagioni, anche se ogni autunno mi offendo di non trovare al supermercato prodotti all’acero.

    • Elena
      22nd February 2017 / 3:25 pm

      Un inchino è per sempre! Una volta che si comincia si è rovinati, non si può più smettere! 😀
      “Hai” al posto di “yes” è capitato anche a me. In generale credo che le interferenze tra diverse lingue straniere siano comuni, ora non mi capita più con l’inglese perché lo parlo ogni giorno, ma con lo svedese per esempio sì.
      Almeno a tutte è rimasto qualcosa di bello, la sensibilità alle stagioni!

  3. Diego
    28th February 2017 / 8:59 pm

    Ci ho pensato su e ancora non mi riesce di capire se l’aizuchi è una cosa bella o una cosa brutta. I cooosa?! di sicuro sono belli, e la definizione ascoltare ad alta voce è fantastica 🙂

    • Elena
      1st March 2017 / 2:32 pm

      Riguardo all’aizuchi sono abbastanza neutra, spero solo che i miei interlocutori ora non si sentano interrotti a causa delle troppe interiezioni che uso!